L'ora del lupo - tra incubi e angosce

“Un tempo la notte era fatta per dormire...già, sonni calmi e profondi e svegliarsi poi...senza terrori. Da molte sere siamo svegli fino all'alba, ma questa è l'ora peggiore. Sai come si chiama?

Il popolo la chiama l'ora del lupo, è l'ora in cui molta gente muore e molti bambini nascono,

è l'ora in cui gli incubi ci assalgono e se restiamo svegli abbiamo paura”.


Questa la frase che il pittore Johan dice alla moglie Alma, nell’oscurità della notte illuminata soltanto dalla tenue luce di un fiammifero.

La coppia vive in isolamento in una sperduta isola nordica: lui fugge dal mondo cercando rifugio nella solitudine e nel silenzio, lei lo ha seguito per amore, puro e devoto. Johan ha paura del buio e da tempo ormai non dorme più di notte, ma lo fa di giorno quando c’è la luce e obbliga la moglie a fare lo stesso, tenendola sveglia.

Il suo sonno è popolato da incubi, da strani personaggi che lo tormentano e dei quali ha fatto ritratti abbozzati nel suo blocco da disegno: una vecchia signora che minaccia di togliersi il cappello e strapparsi il viso, i carnivori e gli insetti, l’uomo sparviero con una maschera che sembra un becco…



Forse è vero, come dice Alma, che due persone che passano una vita insieme finiscono poi per assomigliarsi nei pensieri e anche nei volti. Un giorno infatti, vicino all’albero del loro giardino, incontra anche lei la vecchia signora, che amichevolmente le suggerisce di leggere il diario di Johan, che lui tiene nascosto sotto al letto.

Alma si immerge dunque nella lettura di quel delirio, diventandone lei stessa preda, e compie un viaggio nell’inarrestabile follia autodistruttiva del marito, vagando tra le maschere e i fantasmi del suo presente e del suo passato, che lo stanno trascinano sempre più in basso.


L’intero film è un lungo flashback e si apre infatti con la notizia della scomparsa di Johan e con una splendida inquadratura di Alma seduta nervosamente ad un tavolo che inizia a raccontare la progressiva discesa nel baratro del marito.



L’intenso bianco e nero (anche se a dominare è decisamente il colore nero, a volte “bruciato” per esaltarne la potenza e l’ambiguità), il sapiente uso della dissolvenza, la splendida ambientazione dell’isola svedese di Hovs Hallar, la suggestiva fotografia e le scelte stilistiche che sconfinano nel surrealismo contribuiscono a dare estrema intensità alla storia narrata e sono gli strumenti con i quali il regista arricchisce la tensione della sua storia.


L'ora del lupo nasce da un manoscritto a cui Bergman ha lavorato per diverso tempo, intitolato

“I mangiatori d'uomini”, titolo riferito alle persone che il protagonista Johan vede nella sua mente e che, metaforicamente, lo stanno divorando. Questo ci fa capire come l’opera sia in realtà l’esplorazione da parte del regista dei suoi personali demoni, resi così meticolosamente in scena da sembrare quasi reali.


Un film oscuro ma poetico, inquietante ma affascinante, un terrificante viaggio senza ritorno nel delirio della mente umana dal quale è difficile non lasciarsi coinvolgere.




Buona visione!



– Cristina Verga


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