Non siamo solo mente: come ricostruire l’unità della Persona



1. Una Psicologia a dimensione umana: dal dualismo cartesiano alla mente incarnata


Nella percezione comune, la Psicologia si occupa della mente mentre la Medicina riguarda il corpo. Ma è davvero così? Come per ogni visione semplicistica, la risposta è no.


La distinzione mente/corpo, come dice Biswanger, è il cancro di ogni Psicologia.


Il dualismo è una questione filosofica complessa e storica, estremamente interessante e più che mai attuale nell’era 2.0 del digitale. Tuttavia il limite arbitrario tra corpo e mente non è altro che un portato della filosofia di Cartesio.


Il filosofo francese, nostalgico dell’idealismo platonico, ha marcato la linea di confine tra la res extensa (corpo) e la res cogitans (mente) per poter dimostrare una presenza “oggettiva” in quanto pensata. Da quì, semplificando, la scienza si è spartita gli ambiti di indagine ed interesse. Così, alla medicina e alla biologia è stato assegnato il compito di occuparsi del corpo e, in seguito, la Psicologia si è focalizzata sulle manifestazioni psichiche non già comprese o esplorate dalla medicina.


Certamente la Psicologia è lo studio del funzionamento della mente, ma questo non significa limitare l’analisi al mondo interiore come fosse una stanza separata dal resto. Galimberti magistralmente sintetizza:


“Ogni mio atto rivela che la mia esistenza è corporea e che il corpo è la modalità del mio apparire. Questo organismo, questa realtà carnale, i tratti di questo viso, il senso di queste parole portate da questa voce non sono le espressioni esteriori di un Io trascendentale e nascosto, ma sono quell’Io, così come il mio volto non è un’immagine di me, ma è me stesso. […] Non esiste un pensiero al di fuori della parola che lo esprime, perché solo abitando il mondo della parola il pensiero può risvegliarsi e farsi parola. Allo stesso modo non esiste un uomo al di fuori del suo corpo, perché il suo corpo è lui stesso nel realizzarsi della sua esistenza. Se non si accetta la totalità di questa presenza è impossibile accedere alla comprensione della realtà umana e all’ordine dei suoi progetti” (Il corpo, pp. 292-293).

L’esperienza soggettiva è inscindibile dalla dimensione corporea; ne è un esempio il complesso concetto di emozione come integrazione di componenti cognitive, affettive, comunicative, soggettive e fisiologiche.


Si tratta di un’esperienza integrata, che perderebbe significato se astratta da una qualsiasi delle sue componenti essenziali.

Avere paura non significa solo sentirsi impauriti, ma anche avere valutato come pericoloso uno stimolo esterno, avere pensieri coerenti con il vissuto della paura ed esprimerla attraverso il proprio corpo, con l’espressione facciale, la postura, il comportamento. A questo si aggiunge l’esperienza viscerale della paura: l’attivazione fisiologica di circuiti neurali e risposte somatiche di fronte a ciò che impaurisce.


Le emozioni sono quindi “una modificazione del nostro modo di essere-nel-mondo”: abitano il corpo e traggono il loro significato nell’esperienza che quel corpo sta vivendo.






2. Il dialogo clinico: da parole a relazione incarnata


Come abbiamo visto, trattare di emozioni significa anche parlare del corpo.


Similmente, desideri, bisogni, aspettative, ricordi e ogni narrativa che concentra la ricerca psicologica non è un aspetto asettico della mente, ma si sviluppa in dialogo sinergico con la dimensione somatica, all’interno di relazioni e interazioni sociali.


La Psicologia quindi non si limita a disquisire a livello filosofico, ma entra nelle relazioni umane, incarnate, corporee e, attraversandole, va alla ricerca del loro significato.


Così, l’incontro clinico tra psicologo e paziente trascende il livello superficiale del colloquio, che di per se stesso è la forma più comune di comunicazione, per caratterizzarsi come una forma di relazione incarnata. Premesse imprescindibili per valutare attentamente la corporeità nel lavoro clinico sono le teorie della comunicazione non verbale e l’empatia.


Come cita il quarto assioma della comunicazione della scuola di Palo Alto


“gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico.”

Mentre il modulo numerico riguarda la comunicazione per mezzo di parole, scritte o orali, che obbediscono a una grammatica nota e precisa, il modulo analogico pertiene alla dimensione non verbale, priva di semantica, quindi si configura come ambiguo ed equivoco.


La corporeità, con le sue espressioni anche involontarie, entra quindi prepotentemente nella relazione clinica, manifestando significati e vissuti, modalità relazionali e modi di essere, che richiedono di essere attenzionati, accolti e compresi. In linea con questo presupposto, sono state avanzate diverse teorie sulla comunicazione non verbale e proliferano studi e ricerche in questo campo, che spaziano dalla prossemica, alla paralinguistica, allo studio della gestualità e dei movimenti del corpo e delle espressioni facciali. Tutti segnali preziosi per la Psicologia.


Allo stesso modo, la relazione tra clinico e paziente è imperniata attorno alla capacità empatica.


Lo studio sull’empatia prende le mosse dagli studi pioneristici di Darwin (1872) sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle emozioni e trova una conferma sperimentale nella scoperta dei neuroni specchio da parte del gruppo di ricerca di Rizzolatti. I neuroni specchio attivano le stesse aree cerebrali di norma coinvolte nello svolgimento in prima persona delle azioni a cui si assiste e le aree coinvolte nella percezione delle stesse sensazioni ed emozioni riportate dall’interlocutore.