STATISTICA UMANISTICA. OSSIMORO O REALTÀ?

In questo articolo il nostro Jacopo Stringo riflette sulla difficile relazione tra Statistica e Psicologia.


"Prendereste mai un farmaco la cui efficacia non sia mai stata effettivamente verificata con un esperimento di laboratorio? Salireste mai su un aereo per il quale non esistono prove del fatto che è davvero in grado di volare? Accettereste mai di essere condannati in un processo senza che l’accusa abbia fornito prove sufficientemente convincenti che i colpevoli siete davvero voi?" [Carlo Chiorri, L’indagine empirica in Psicologia]




La Statistica in Psicologia

Le università di Psicologia spesso vengono scelte senza considerare gli “oneri accessori” delle materie matematico-statistiche (che pure a onor del vero sono spesso trattate molto meno di quanto sarebbe necessario).


Spesso studenti e docenti sono divisi nell’opinione che si ha delle materie statistiche e della standardizzazione in generale.


L’eterna lotta sta tra la preminenza dell’idiosincrasia del singolo, delle sue unicità, o la preminenza della generalizzazione – o l’accentuazione dei tratti se vogliamo comuni a tutti. Questo pone alcuni problemi da un punto di vista epistemologico, su quale sia effettivamente l’aspetto strutturalmente preminente nella scienza psicologica; da un altro punto di vista, la questione è anche etica, relativa a quale sia la procedura migliore anche da un punto di vista morale e deontologico; ancora, da un punto di vista pratico, nel senso della prassi da anteporre a livello gestionale e decisionale, amministrativo; infine, ma non da meno, chiaramente ha anche dei risvolti politici e ideologici, come in ogni cosa che ha a che fare con l’umano.


Di fatto, nel corso degli anni, la Psicologia come scienza ha enormemente faticato ad essere riconosciuta in quanto tale.


Chi disquisisce sulla questione spesso critica ad una certa Psicologia un senso di carenza rispetto alla “durezza” di altre discipline, vedendo come un affronto accostare ad essa la “mollezza” – tratto peculiare di quelle dottrine contraddistinte da un afflato più filosofico e metafisico.


La stessa natura polimorfa e, per ricalcare una bellissima definizione di un mio docente, interstiziale della Psicologia è spesso considerata nella sua vaghezza, ma mai nel suo essere un punto di forza.


Queste due disposizioni o caratteristiche non sono semplicemente complementari, ma danno una dimensionalità alla disciplina stessa: così come lo spazio e il tempo non possono essere considerati banalmente complementari, il posizionamento interno al contesto o il posizionamento tra i contesti non sono soltanto complementari, bensì descrittivi di due dimensionalità distinte.





Il difficile compito dello psicologo

È ben vero però, come già espresso sopra, che il compito dello psicologo come scienziato è decisamente arduo: da un lato il tentativo deve essere rivolto ad applicare la scienza in modo tale da non trascurare l’intrinseca unicità e sacralità dell’individuo in quanto originale e irripetibile; dall’altro è chiamato a soddisfare i criteri di generalizzazione, esplicazione e – per certi versi – semplificazione necessari a trovare una accettabile modellizzazione (spesso per necessità interdisciplinari), applicabile alla maggior parte dei soggetti.


Anche Carlo Chiorri (2014), pur partendo da presupposti e con intenti ben diversi da quelli da me espressi poco sopra, dall’alto della sua grande esperienza di ricerca e di insegnamento, evidenzia come

«fra tutti gli scienziati […] lo psicologo è quello che ha il compito per certi versi più difficile»

Chiorri contesta, in maniera anche parzialmente critica, come sebbene

«l’opinione pubblica nemmeno si sogna di discettare su come spaccare l’atomo, sequenziare il DNA, o costruire astronavi per viaggiare nello spazio, tutti si credono esperti di Psicologia per il banale motivo che, come osserva Köhler (1940) [e Freud (Die Frage der Laienanalyse, 1926), prima di lui; N.d.A], i fenomeni psicologici appaiono familiari, scontati, e facili da comprendere» (Chiorri, 2014).

Certo, a livello sociale, vedendo i più recenti fenomeni come il terrapiattismo e le proteste NoVax, forse non sono da considerarsi tuttora immuni dalla diffida popolare nemmeno le scienze più adamantine che abbiamo, ma questo è un altro discorso.


Questa lunga premessa sembra poco calzare con il discorso relativo alla statisticaper se.


Nondimeno, come ben sottolineava un mio collega di università, Omar Hammoudi, in apertura della sua per molti versi lungimirante tesi triennale (2018),

«prima di poter approfondire il tema della professionalizzazione, a prescindere da quale sia l’ambito di interesse, è necessario analizzare il processo mediante il quale un’attività remunerata smette di essere considerata come “semplice occupazione” e diventa una vera e propria “professione”»

Un punto di partenza epistemologicamente imprescindibile per ogni discussione che si radichi nella natura stessa di una disciplina, o di una branca di essa.


La Psicologia come professione

In quanto professione deontologicamente situata e collocata, la Psicologia non può sottrarsi a dei criteri che tutelino coloro che ricevono interventi psicologici oppure che li attuino.


Essa, come molte altre del resto, non si può esercitare come semplice occupazione; in quanto professione, culturalmente situata e strutturata, in quanto eticamente definita e definibile, richiede una analisi di sé stessa – una metanalisi altra-da quella statistica – che necessita di quei criteri, molteplici, che diano contezza della complessità in cui si trova ad agire (e delle conseguenze del suo agire). Criteri in cui la statistica si ritrova sicuramente e che – nonostante le multiformi critiche sollevate da esperti nel settore circa le modalità di utilizzo della scienza probabilistica (vedesi ad esempio The American Statistician, 2019; oppure Jackman, 2009) – garantisce una qualche forma di qualificata risposta alla questione della generalizzabilità della cultura psicologica.