La psicopatologia genitoriale perinatale

In questo articolo la nostra Francesca Bonanomi ci parla di disagio psichico genitoriale, portando i più recenti contributi della letteratura scientifica.





Disagio psichico perinatale: non solo depressione post partum


La letteratura scientifica ha ampiamente dimostrato come la transizione alla genitorialità costituisca un evento critico nella vita di una persona, che influenza notevolmente lo stato di salute mentale, con il rischio di sviluppare specifiche forme di disagio, tra cui disturbi depressivi, sintomi d’ansia e parenting stress, che impattano negativamente sulla relazione caregiver-bambino (Field, 1992; Murray et al., 1996) e sullo sviluppo successivo del bambino stesso (Borsntein, 1984; Tomasello, 1986).


La psicopatologia perinatale più conosciuta nell’immaginario comune è sicuramente la depressione post partum (DPP) materna, basti pensare ai numerosi riferimenti bibliografici e cinematografici a riguardo.


Obiettivo del presente articolo è però quello di mostrare come il disagio psichico perinatale non sia riducibile alla sola depressione post partum, ma sia più complesso e articolato e, diversamente da quanto si potrebbe pensare, non riguardi solo le madri, ma anche i padri, con interessanti relazioni tra la salute mentale materna e paterna.

Dal punto di vista clinico, sarà importante attuare interventi di prevenzione precoci, volti a promuovere il benessere psichico genitoriale e, di conseguenza, anche un più adeguato sviluppo del bambino sia a livello cognitivo che affettivo-relazionale.


La transizione alla genitorialità rappresenta indubbiamente un momento critico e delicato nel ciclo di vita di una persona, che comporta l’adempimento ad una serie di compiti evolutivi, tra cui la rielaborazione dell’immagine di sé e del partner come genitore, la ristrutturazione delle relazioni affettive con le proprie figure di attaccamento e il passaggio da una relazione diadica a una relazione triadica (Bibring,1961; Scabini, 1985).


Non sorprende quindi che i futuri genitori possano sentirsi sopraffatti da queste richieste e sperimentare varie forme di malessere psicologico.


Di seguito, verranno brevemente esposte solamente tre tra le possibili manifestazioni di disagio psichico perinatale (depressione, ansia e parenting stress), con l’intento di trasmettere l’idea dell’estrema complessità ed eterogeneità della psicopatologia perinatale che può essere vissuta da entrambi i genitori e le rilevanti ricadute sullo sviluppo del bambino.





Depressione post partum e Maternity Blues


La depressione post partum si configura come il disturbo dell’umore più frequente durante il periodo perinatale (APA, American Psychiatric Association 2013).


In particolare, in Italia, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute (2017), la depressione post partum colpisce tra il 7-12% delle neomamme. Dal punto di vista sintomatologico, la depressione post partum è caratterizzata da umore depresso, irritabilità, sentimenti di ansia, bassa autostima e autosvalutazione, inaccessibilità psicologica, insonnia o ipersonnia, diminuzione della concentrazione, ridotta energia e affaticabilità, pensieri distruttivi concernenti il Sé e il bambino (DSM-5, 2013).


Più del 60% delle donne affette da depressione post partum è ossessionata dal timore di poter fare del male al proprio bambino, ossessione che le porta ad avere un atteggiamento evitante nei confronti del bambino stesso (Wisner, Peindl e Hanusa 1995).


Come evidenziato da Patel e colleghi (2012) nella loro review sulla depressione post partum, innanzitutto è fondamentale effettuare una diagnosi differenziale tra depressione post partum e Maternity Blues o Baby Blues.


Infatti, il Maternity Blues presenta sintomi molto simili a quelli della depressione post partum, ma più lievi, tra cui ansia, pianto facile, preoccupazioni eccessive, labilità, mentre non è presente l’ideazione suicidale. Si manifesta tra il 50% e l’85% delle neo-mamme nei giorni immediatamente successivi al parto e si risolve tra i 10 e i 15 giorni dopo il parto.


Per questi motivi, il Maternity Blues può essere considerato come una reazione fisiologica alla nuova condizione, dovuta anche ai cambiamenti ormonali che si verificano con il parto e solo in pochi casi evolve in una vera e propria depressione. Quindi, anche quando si valuta la salute mentale delle donne durante la gravidanza, bisogna fare molta attenzione a non patologizzare stati emotivi e comportamentali, come ansia, irritabilità, senso di affaticamento, che sono fisiologici in certi momenti della gestazione (Baptista e Baptista, 2005).



Il ruolo dell’ansia perinatale


Nonostante la maggior parte delle ricerche tenda a focalizzarsi sulla depressione, è stata rilevata una frequente comorbilità tra sintomatologia depressiva ed elevati livelli di ansia sia in gravidanza sia nel post partum (Figueiredo e Conde, 2011; Andersson et al., 2006), con conseguenze negative per lo sviluppo del bambino, sia nel breve che nel lungo termine (Matijasevich et al. 2015).


Sia nelle donne che negli uomini i livelli di ansia tendono ad essere maggiori durante il primo trimestre di gravidanza rispetto che a 3 mesi dal parto, per cui sembrerebbe esserci una certa difficoltà da parte dei futuri genitori ad affrontare quello che può essere considerato il primo compito evolutivo posto dalla gravidanza, cioè l’accettazione e l’adattamento alla condizione stessa di gestazione (Figueiredo e Conde, 2011).


La presenza di ansia prenatale si configura come uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di depressione nel periodo post-natale (Patel et al., 2012) e l’ansia di stato materna aumenta la probabilità di sviluppare un legame di attaccamento insicuro e disorganizzato (Manassis, Bradley, Goldberg, Hood e Swinson, 1994); essa si configura infatti come un miglior predittore, rispetto alla stessa depressione, di bassi livelli di sensibilità genitoriale (Ierardi et., al, 2019).


Quindi, nonostante meno indagata, la sintomatologia ansiosa della madre sembra giocare un ruolo cruciale non solo per quanto riguarda la salute mentale materna e l’interazione madre-bambino, ma anche per quanto riguarda la salute mentale paterna. Infatti, è stata rilevata un’associazione positiva, a tre mesi di vita del bambino, tra ansia di stato materna e ansia e depressione paterna (Ierardi et., al, 2019).


Sembra dunque esserci una sorta di “contagio emotivo” tra i due genitori, che si traduce, da un punto di vista statistico, in una correlazione tra disturbi affettivi materni e paterni (Matthey et al., 2003; Baldoni et al., 2009).


La situazione risulta essere ancora più grave se si considera che la psicopatologia depressiva e ansiosa paterna non solo incide negativamente sull’interazione diretta padre-bambino, ma anche sugli stili interattivi madre-bambino, in particolare in termini di sensibilità e responsività materna (Ierardi et al., 2019). Non sperimentando uno stato di benessere psichico, il padre non è in grado di assolvere quella funzione di holding delle ansie e preoccupazioni della partner che risulta essere fondamentale per la promozione di un buon legame di attaccamento madre-bambino.


Infine, ansia e depressione genitoriale si configurano come importanti fattori di rischio per l’insorgenza di parenting stress o stress genitoriale, definito da Abidin (1995) come


la discrepanza tra le richieste poste dal bambino e le capacità dei genitori di farvi fronte.

Accanto a queste variabili relative ai genitori, anche le caratteristiche del bambino giocano un ruolo cruciale nello sviluppo dello stress genitoriale: fondamentale risulta essere la percezione del temperamento del bambino come più o meno facile da gestire (Bates, 1980).


Interessante a questo proposito risulta essere lo studio di Prino e colleghi (2016), che evidenzia come i genitori di gemelli possano percepire differenze temperamentali tra i due bambini, che si traducono poi in differenti livelli di parenting stress.





Oltre la depressione post partum: il disagio psichico genitoriale


È importante ribadire come ansia, depressione e parenting stress rappresentino solamente alcune delle possibili forme di disagio psichico perinatale, tra le quali troviamo anche la psicosi puerperale e il disturbo da stress post-traumatico post-natale.


Il disagio psichico che si può associare alla transizione alla genitorialità è complesso e articolato e non riguarda solamente la figura materna, ma anche quella paterna, con rilevanti conseguenze per lo sviluppo del bambino.


Inoltre, il rischio di sperimentare queste problematiche aumenta maggiormente in quelle situazioni di genitorialità a rischio per il benessere psicofisico di caregiver e bambino, come maternità in adolescenza, nascite pretermine e gravidanze gemellari/plurime.


Soprattutto in queste situazioni è di fondamentale importanza l’attuazione di programmi di prevenzione precoce, per esempio attraverso screening del rischio psicopatologico materno e paterno e interventi attachment-based volti a favorire l’instaurarsi di un legame di attaccamento sicuro caregiver-bambino.


Il benessere psicologico dei genitori e la qualità della relazione genitore-bambino si influenzano reciprocamente; è dunque importante agire precocemente su entrambi i fronti, affinchè si stabilisca un circolo virtuoso e non vizioso, in cui il caregiver, sperimentando una condizione di benessere psicologico, è in grado di interagire in modo sensibile e responsivo con il proprio bambino e, questa interazione soddisfacente, promuove sia la salute mentale del genitore sia un adeguato sviluppo del bambino a livello cognitivo ed affettivo-relazionale.


Per concludere, può essere interessante ricordare un intervento di prevenzione precoce attachment-based realizzato sul territorio italiano: si tratta del PRERAYMI (promoting responsivness emotion regulation in young mother and infant), facente parte del Servio di Accompagnamento della Genitorialità in Adolescenza (SAGA) dell’Ospedale San Paolo e San Carlo di Milano. Questo intervento preventivo, che inizia già in una fase prenatale presso l’Ambulatorio Giovani Gravidanze del reparto di Ostetricia dell’Ospedale, prosegue poi nel periodo postnatale dai 2 mesi di vita del bambino al 2° anno di vita presso il Servizio di Accompagnamento alla Crescita per Giovani Mamme dell’Ospedale.




Autrice

Francesca Bonanomi Dottoressa in Psicologia clinica e del ciclo di vita, esperta in valutazione psicodiagnostica dell'età evolutiva.

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BIBLIOGRAFIA

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