Qualcuno pensi ai bambini (transgender)

Transfobia e Minority Stress


Qualcuno pensi ai bambini: lo sentiamo dire spesso, dai salotti TV ai luoghi della politica – cioè il Parlamento ma soprattutto le piazze.


Il 20 novembre ricorre la Giornata mondiale dei diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e, insomma, quale occasione migliore per condividere questo pensiero? Qualcuno pensi ai bambini.

Tuttavia domani ricorre anche il Transgender Day of Remembrance (TDoR), la ricorrenza che commemora le vittime della transfobia.


Quali vittime?


Vittime come Rita Hester, uccisa nel suo appartamento nel 1998 e prontamente ignorata dai media locali — forse perché solo una tra le tante, troppe vittime di un odio che colpisce tutte le persone transgender ma soprattutto le donne, tutte ma soprattutto quelle nere o latinoamericane (oggi per evidenziare questo problema si parla di intersezionalità).


Ma anche vittime come la giovane Leelah Alcorn, che a soli 14 anni ha avuto il coraggio di aprirsi con i genitori circa la sua identità di genere, con l'unico risultato di essere costretta a lasciare la scuola e a frequentare una terapia di conversione. Leelah, che si sentiva "una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo", non ce l'ha fatta: incapace di tollerare l'odio subito e l'idea di rimanere in quel corpo "sbagliato", si è tolta la vita due anni più tardi, nel dicembre 2014.


A ben guardare, anche vittime cisgender come Maria Paola Gaglione, uccisa pochi mesi fa dal fratello perché fidanzata con un ragazzo trans, Ciroe non "Cira che si veste da uomo", come riportato da fin troppe testate giornalistiche.


Il sito Transrespect versus Transphobia Worldwide ci colloca al primo posto in Europa per casi di omicidio a carattere transfobico. Questo articolo di The Vision riporta i dati inquietanti circa l'accettazione delle persone transgender in Italia.



Come psicologo clinico so bene che le vittime della discriminazione non si fermano a quelle che compaiono sulla cronaca nera, ammesso che la cronaca nera si prenda la briga di prestare loro attenzione.


Le vittime della discriminazione sono anche tutte quelle che sono costrette ad assistere allo stillicidio della minoranza di cui fanno parte: proprio da qui nasce il Minority Stress, il disagio psicologico che si genera in un ambiente ostile o indifferente e che si accompagna, spesso, al fenomeno dell'auto-discriminazione (è il caso dell'omo-bi-transfobia interiorizzata).


Il Minority Stress colpisce le persone che crescono e vivono in un mondo che le rifiuta, ostracizza, esclude dalla propria narrazione; un mondo in cui al telegiornale si sente parlare de "il trans" per indicare una donna — peraltro da persone che per lavoro sono, letteralmente, gli esperti del linguaggio; un mondo in cui non c'è spazio per la propria rappresentazione al cinema, nei libri, nel mondo dello spettacolo se non come "vittima #03" in una puntata di CSI.



Le variazioni dell’identità di genere nei bambini e negli adolescenti


Come psicologo dello sviluppo so anche che questo clima infausto ha un impatto particolarmente forte sin dai primi anni della crescita. Bambini e adolescenti possono sperimentare variazioni dell’identità di genere – fino alla disforia di genere anche severa – già in età molto precoce, tanto che in alcuni (pochissimi) casi viene prescritta una terapia farmacologica per “mettere in pausa” l’arrivo della pubertà. Negli Stati Uniti dal 2007 (lo stesso anno in cui in Italia si teneva il primo Family Day), in Italia dall’anno scorso – in entrambi i casi, sollevando dilemmi etici e un mare di polemiche.


La terapia bloccante consente in realtà di guadagnare tempo prezioso in cui solidificare la propria identità di genere prima di prendere una decisione definitiva, dal momento che lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie (come la struttura ossea e il timbro della voce) è irreversibile una volta innescato.


Se è vero che la maggior parte dei casi di disforia di genere in età precoce non permangono fino all’età adulta e che, al momento, non abbiamo ancora degli indicatori che ci permettano di prevederne il decorso con certezza, sappiamo che:

  1. i casi più estremi hanno più probabilità di essere persistenti;

  2. già nel “qui e ora” della preadolescenza, osservare il proprio corpo che si sviluppa in modo non conforme al proprio genere di appartenenza può essere un’esperienza fortemente iatrogena, ovvero provocare disagi psicologici di ampio spettro, dall’ansia alla depressione, dall’isolamento sociale all’autolesionismo, dai disturbi alimentari ai pensieri suicidari.

Sebbene la letteratura sia scarsa, sempre più ricerche stanno studiando lo sviluppo dei bambini e delle bambine “gender-nonconforming”, ovvero coloro che sperimentano interessi, gusti, pensieri, comportamenti e, talvolta, identità di genere diversi da quelli che “ci si aspetterebbe” sulla base del loro sesso assegnato alla nascita.


Questi bambini possono, già dall’età di 3 anni, mostrare marcate preferenze per l’abbigliamento e i giocattoli tipicamente associati al genere opposto; spesso prediligono la compagnia dei bambini di sesso opposto, a differenza dei “gender-conforming”; alcuni parlano di sé (e richiedono che si parli di loro) con i pronomi del genere opposto e arrivano a verbalizzare di vedersi, percepirsi e addirittura “sognarsi” come appartenenti al genere opposto.